Diario

Sono tornata.

C'è questa cosa, una sensazione, un'urgenza: cambiare.

Durante la settimana del Fuorisalone sono stata letteralmente risucchiata da eventi, appuntamenti, trasferte. Non ho passato un solo giorno in studio e la settimana è volata. Mentre giravo per la città carica come uno sherpa ho ricevuto un alert dal mio provider: il mio sito era strapieno di malware, che in gergo tecnico significa "hey, il tuo sito ha un bel po' di problemi, corri ai ripari".

Avevo a malapena il tempo di mangiare, figuriamoci il tempo per occuparmi dei malware sul mio sito. Però la faccenda era importante, perché tutto il mio lavoro si svolge online e se i clienti non ti trovano, oppure quando visitano il tuo sito vengono reindirizzati ad una pagina di casinò online...il lavoro si ferma e perdi credibilità, giusto?

Quindi ho preso una decisione drastica: andare offline.

Questa parola, quando la pronuncio ad alta voce, mi provoca un brivido di terrore lungo la schiena.  Sudori freddi, reazioni allergiche, PURO-PANICO.

Non sono mai stata offline per più di due minuti, ma era necessario.

Il mio sito è rimasto oscurato per più di due settimane, un tempo infinito per chi lavora in questo ambito. Mentre il mio sito giaceva inerme e dolorante sotto al lenzuolo di una pagina coming soon, ho avuto un'illuminazione. Quei maledetti malware mi avevano fatto un favore. Senza di loro non avrei mai trovato la voglia e il coraggio di cambiare.

Il mio sito e la mia immagine non rappresentavano più, da tempo, ciò che stavo facendo alla Characters Factory.

Così, presa da un impeto di follia, ho cancellato tutto e sono ripartita da zero. Un bootcamp d'emergenza per dare nuova vita e nuova voce alla mia attività, al mio studio. Un restyling radicale e stravolgente. Una vera e propria rivoluzione.

Mi sono tagliata tutti i capelli, perché questo gesto mi fa sempre sentire tipo Rambo, e poi mi sono messa all'opera. Così tutto è cambiato e finalmente posso aprire le porte della mia nuova Factory.

Non più una piccola scrivania nella mia camera da letto, ma un vero e proprio studio. Con una porta, un indirizzo, dei collaboratori e tutto il resto. A tutti gli effetti Juice for Breakfast si è trasformata in ciò che ho sempre sognato. 

Io, questa cosa, l'ho davvero sognata fino allo sfinimento. L'ho desiderata, immaginata mille volte, guardando il soffitto della mia camera e pensando "un giorno sarò più grande". L'ho progettata, distrutta, ricostruita. Ho fatto fatica, tanta, e siamo solo all'inizio.

Non mollate MAI. Credeteci, anche quando tutti vi dicono che non ne vale la pena, che potete fare meno, che se non funziona potete trovare altro. Fate tutto ciò che è in vostro potere per dare forma alle vostre idee.

Quando le cose si complicano, combattete di più.
Quando tutto sembra andare a rotoli, datevi da fare come non avete mai fatto.
Quando le persone intorno a voi non ci credono, credeteci ancora di più.
Se avete un'idea imprenditoriale non abbiate paura di raccontarla al mondo. Siete delle rockstar. Affrontate la crisi e trasformate gli imprevisti in possibilità.  

Vi abbraccio,
e stappo una bottiglia di champagne, perché va bene tutto ma la spremuta, oggi, non è abbastanza.

G.


Due strade ♡

due_strade

Durante le ore di letteratura inglese potevi vedere di tutto, comodamente seduta in ultima fila, dal tuo microscopico banco.

Era meglio del cinema, ma senza i popcorn.

Lo spettacolo si faceva ancora più entusiasmante quando lei decideva di farci mettere i banchi a ferro di cavallo.

La predella si trasformava in un vero e proprio palcoscenico e noi, ancora bambine, ci esibivamo davanti alle altre. Alla ricerca di un applauso, di un cenno di invidia, di un suggerimento alla prima battuta dimenticata.

Ma soprattutto tenevamo sotto controllo, con la coda dell’occhio, l’espressione impenetrabile della nostra professoressa.

Ci improvvisavamo attrici. Ci piaceva sorprenderla. Alcune non amavano questo metodo, altre, come me, ci sguazzavano a delfino, andata e ritorno, senza prendere fiato. Era di gran lunga il modo più divertente al mondo per imparare qualcosa: interpretare.

Amavo le sue lezioni. Non sapevo mai cosa aspettarmi, e ogni volta (nel bene e nel male) tornavo a casa stravolta e sorpresa.

In due ore provavi tutte le emozioni possibili. Passavi dalla gioia incontrollata alla rabbia, per poi lasciarti travolgere dalla paura, per poi lasciarti trascinare di nuovo dall’entusiasmo. Quelle, ragazzi, erano vere montagne russe. A turno scoppiavamo in lacrime, correvamo fuori dalla classe, ci mettevamo le mani nei capelli e ci guardavamo come per dire “ragazze e ora che cosa le verrà in mente?”

Come quella volta in cui, per salutarci alla fine del liceo, scrisse una lettera a ciascuna di noi. “Portate una torcia”. Incredule, divertite, ed infine commosse mentre leggevamo le nostre lettere al buio. In ogni pagina un tesoro. Per tutto quel tempo non ci aveva solo giudicate a registro. Ci aveva osservate, conosciute, comprese.

Lei è stata l’unica professoressa ad avermi insegnato questo: la diversità è OK. Le mie compagne ed io lo sapevamo, era un po’ strampalata. In modo del tutto unico e sconvolgente.

Era una dura, non si accontentava di qualche strofa recitata a memoria. Lei voleva lo show, con fuochi d’artificio e tutto il resto. Le sue lezioni, d’altronde, erano pirotecniche.

La prima volta che ho recitato la mia op in classe, ho fatto un casino. Ho fatto diversi casini durante le sue oral presentation ed interrogazioni (scivolone magistrale con Sogno di una notte di mezza estate, ancora oggi mi dispiace), e quando sulla griglia di valutazione (che mica poteva darci solo un voto complessivo, lei doveva valutare tutto, dalla piega dei capelli al tono della voce!) mi ritrovavo i suoi commenti scritti a penna, sorridevo sempre.

C’era qualcosa in quelle note…erano potenti.

Arrivavano dritte in tre punti precisi del mio corpo, come ogni sua parola: testa, cuore, pancia.

L’ordine, a dire il vero, era questo: pancia, testa, cuore.

Dopo un primo momento di profonda ansia e terrore, le parole si spostavano rapide con le loro zampette invisibili, per arrivare veloci alla testa. A quel punto realizzavo che c’erano delle ragioni, che c’erano delle soluzioni. Infine, dopo aver razionalizzato il commento, le zampette ripartivano per poi piantarsi nel cuore.

Oggi, più di 5 anni dopo, quelle zampette sigillano la parte del mio cuore che si era spezzata a metà del liceo. Lo tengono insieme come graffette.

Tutti gli insegnamenti, tutti i consigli, le chiacchierate, le email a notte fonda e soprattutto tutte le critiche…è tutto ancora qui. E lei mi ha dato tutto questo quando nessun altro poteva farlo.

Quando era buio.

Non ha mai chiesto molto in cambio. Sincerità, onestà e dedizione.

Quel che ci mettevi tu in aggiunta, era a tua discrezione.

Non ho mai avuto paura dei brutti voti con lei, avevo paura di deluderla. E mentre cannavo drammaticamente il significato di Ulysses, mentre riempivo il mio tema di strafalcioni letterari, anche quando facevo finta di aver letto Dubliners (mi dispiace, non l’ho mai fatto)…provavo una rara forma di vergogna.

Sapevo che le stavo facendo un torto, perché lei era sempre pronta a darci tutto. E spesso io non ero in grado di ricambiarla allo stesso modo.

Quando le cose andavano bene, quando lei scandiva il complimento come fosse una gara di spelling…mi sentivo felice. Lei tirava fuori il meglio di me.

Per me è stata una guida. Una guida instancabile e un po’ matta. L’unica che sia stata in grado di farmi rialzare, senza prendermi per mano nemmeno una volta. Mi bastava un cenno di approvazione, e sentivo di poter fare qualsiasi cosa, dentro e fuori da quella classe. E con il tempo quella sicurezza che mi ha insegnato a suon di Daffodils è cresciuta ed è rimasta in me. Una specie di corazza.

Ci sono persone, nelle nostre vite, che passano sul nostro sentiero per una ragione. Ti stravolgono la vita e lasciano qualcosa che non somiglia alle parole. Lasciano una sensazione. Una meravigliosa sensazione che sembra più simile all’aria leggera e frizzante di primavera. Una nuvola di meraviglia, polvere che brilla al sole e quando cerchi di acchiapparla le particelle si disperdono. La meraviglia si diffonde con un soffio, e ad un tratto tutto è di nuovo possibile.

Ci sono tante cose che avrei voluto dirle. Bozze di email, successi e momenti duri che avrei voluto condividere con lei. Avrei voluto chiederle di lei. Conoscere le sue storie.

Ma non l’ho fatto. Davo per scontato che quella magia l’avrei ritrovata ad aspettarmi all’infinito, davo per scontato che l’avrei ritrovata sulla mia strada.

Ora la strada è cambiata, ma mi piace pensare che quella nuvola di meraviglia sia ancora capace di diffondersi, farsi respirare e farmi rialzare quando mi sentirò persa.

 Abbiate cura dei vostri tesori, portateli con voi sul sentiero. Anche grazie a lei sono la persona che sono. Ed è grazie a lei se riesco ancora a credere nei miei sogni.

E’ stato un onore passeggiare insieme a Lei, anche se solo per un po’.

"Two roads diverged in a wood, and I -

I took the one less traveled by.

And that has made all the difference."

E.M. Forster


Le cose che ho imparato da Auggie ♡

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Mi sono arrovellata a lungo sulla questione. Ne parlo o non ne parlo? Non sono mai stata brava a recensire libri, soprattutto quando toccano tematiche così delicate. Alla fine ho deciso di non parlarvi del libro Wonder, ma di ciò che ho capito durante la lettura. La premessa è questa: non ho ancora finito di leggerlo, mancano poche pagine. Ne parlo ora perché non voglio che il mio post venga influenzato in alcun modo dal finale, qualunque esso sia.

Quando l'ho trovato sullo scaffale della libreria ho letto sul retro:

"Fatevi un favore, leggete questo libro, la vostra vita sarà migliore"

N.Sparks, autore di "Le parole che non ti ho detto"

Non sono grande fan dei racconti strappalacrime e decisamente poco realistici di Sparks, ma il commento mi sembrava curioso e potente, e in quel momento era diretto proprio a me. Ho aspettato qualche settimana, poi ho ritrovato lo stesso libro nella stessa posizione, e ho deciso che quel libro...era lì per una ragione precisa.

Ho dovuto ripercorrere, anche se un po' riluttante, la mia esperienza di 'bullismo' durante la Story & Character Masterclass. Per creare un personaggio/protagonista importante, nel quale ci si possa facilmente identificare, bisogna trovare un cattivo. Non deve necessariamente trattarsi di un mega-malvagio, così ci hanno insegnato a prendere spunto dalla nostra esperienza. Chi era il nostro cattivo? Quali le sue motivazioni, i suoi punti deboli? Io, di 'cattivi' nella mia vita ne ho incontrati tanti. Ho fatto tanto lavoro per riuscire a rimuoverli dai miei ricordi, non perché fossero artefici di chi sa quale orribile gesto, semplicemente non meritavano di occupare nemmeno una piccola parte dei miei ricordi.

I primi cattivi li ho incontrati alla scuola elementare. Nulla in confronto alle sfide che Auggie deve affrontare durante il libro, ma qualcosa di molto simile per certi versi. Ho passato tanti anni (scuole medie comprese) a sentirmi sbagliata, e credo di aver in qualche modo trascinato questa sensazione anche fuori dai cancelli delle mie scuole. Perché quei bambini riuscivano a farmi sentire sbagliata? Sbagliata perché portavo grandi occhiali, perché i miei vestiti non erano firmati, sbagliata perché già ai tempi sceglievo con chi passare il mio tempo.

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Il ricordo più triste è quello della mia festa di compleanno. Avevo scelto con cura chi invitare e chi non invitare, ma la voce si era sparsa in fretta, perché i bambini non sanno sempre mantenere i segreti. Così mi sono ritrovata letteralmente circondata durante la ricreazione. Le bambine che non avevo invitato si erano schierate contro di me, volevano spiegazioni, e non le chiedevano in modo gentile. In quella particolare occasione sono stata sconfitta dai miei cattivi. Ho inventato una scusa decisamente poco credibile: la busta con i loro inviti era caduta dietro alla scrivania, ma l'avrei recuperata e 'certamente! Siete invitate anche voi'. Inutile dire che molte di loro non si sono nemmeno presentate, ma ho passato una settimana d'inferno, crampi allo stomaco e senso di colpa. Per cosa, poi? Ai tempi pensavo che il senso di colpa fosse dovuto al fatto di non averle invitate. Oggi capisco che il senso di colpa era per non essere rimasta fedele a me stessa, e per aver dato a quelle bambine la possibilità di farmi sentire così piccola ed insignificante.

Continuando la lettura d Wonder, dopo l'episodio del compleanno di Auggie che mi ha fatto ricordare il mio, sono arrivati altri ricordi. A raffica. Giornate orribili a scuola, pianti isterici, false influenze e risatine soffocate alle mie spalle. A ripensarci, mi sono sentita tremendamente sola. Come Auggie e Jack in Wonder, anche io sono stata 'in guerra'. Però, per dirla tutta, non ero sola nemmeno io. C'era qualcuno con me, almeno all'inizio delle scuole medie.

Una grande amica, con riccioli lunghissimi e un sorriso così sincero che ancora riesco a ricordarlo. B. era la mia migliore amica, abitava al piano di sopra del mio condominio e sin da piccole eravamo assolutamente inseparabili. Poi però le medie sono cominciate. Sono cambiate tante cose e speravo di non cambiare anche io. La nostra era una promessa senza contratti, una promessa silenziosa. Avremmo sempre contato l'una sull'altra. Vorrei potervi dire che la nostra amicizia è finita perché 'persone diverse, interessi diversi, licei diversi' e via dicendo. La verità è che la nostra amicizia è finita per colpa mia. Ad un certo punto era successa una cosa abbastanza spaventosa: i miei 'cattivi' volevano essere miei amici. Non so cosa fosse cambiato, ma finalmente si interessavano a me e nonostante avessi paura di loro, volevo che mi volessero bene. Ho scaricato B. durante la ricreazione tra la terza e la quarta ora, nel giro di dieci minuti le ho spiegato che non potevo avere più solo una grande amica, ma che il mondo 'è bello perché vario'. Io, questa cosa, la ricordo così. Ma forse è stato anche peggio. Molto peggio. Ero talmente su di giri in quel periodo che non ricordo nemmeno così bene la sua reazione. Ricordo solo che da quel momento in poi tutto è cambiato.

Auggie non sarà proprio un supereroe, ma a quel Julian, il suo cattivo, non ha mai dato troppa importanza. Vorrei tornare indietro e fare lo stesso. In questo senso, per me, Auggie un superpotere ce l'ha. Cosa che io non ho mai avuto, perché per tanti anni ho cercato l'approvazione nelle persone sbagliate. Persone che portavano solo nuovi vuoti nella mia vita, che in fin dei conti non mi hanno lasciato nulla.

Ma nonostante tutto, quando la mia vita si è sgretolata in tanti pezzettini e ho dovuto traslocare, B. è venuta a trovarmi. Avrei voluto essere buona come lei, volerle bene ancora e chiederle scusa. Non credo di averlo mai fatto come si deve. Anche se eravamo piccole, per me questo resterà sempre uno dei miei errori più grandi.

Questo è ciò che ho imparato leggendo Wonder. A riconoscere i miei errori, perché è così facile superare quel confine, passare dalla parte del 'cattivo', trasformarsi in un mega-malvagio. Anche solo per una ricreazione.

La mia esperienza, che non potrei raccontare in un solo romanzo, mi ha insegnato tanto su quello che ora è il mio lavoro, la mia vita. Ed è anche grazie alla mia mega-malvagità temporanea ed infantile che ora ho imparato a scegliere le persone che mi circondano. E, guarda caso, sono tutte sorridenti e sincere come B. E nessuna di loro pretende un invito alla mia festa di compleanno, anche se arriverà.

Per concludere, riformulo il consiglio di Sparks a modo mio:

"Fatevi un favore, leggete questo libro, la vostra vita sarà migliore la stessa, ma imparerete a perdonarvi"

P.s. B., se mi stai leggendo, queste sono le scuse che ti dovevo da tanto, troppo tempo.


Summer lookbook ♡

Buongiorno quattrocchi! L'estate è proprio arrivata, e con l'estate arriva anche il periodo delle gonne! Pomeriggi al parco, passeggiate al tramonto (quando la temperatura scende!), nuovi libri da leggere e qualche momento in più da dedicarci. Settimana scorsa è venuta a trovarmi a Roma la mia migliore amica, Margherita, e abbiamo trascorso un bellissimo weekend insieme. Abbiamo visitato la mostra di David Lachapelle, ci siamo sdraiate all'ombra degli alberi di Villa Torlonia e abbiamo partecipato al workshop Crochet for Breakfast, che ho organizzato insieme a Tatami Chic a Villa Borghese. Il caldo non era dalla nostra parte, ma Margherita mi ha regalato un fantastico outfit per affrontarlo! Il suo brand si chiama Daisies for Brunch e realizza capi interamente fatti a mano nel suo studio a Londra. Margherita ha creato per me una meravigliosa gonna a fiori, da abbinare a due capi di &otherstories (a proposito, è arrivato in Italia!). Il risultato è questo, e spero vi piaccia :) Naturalmente anche per questa puntata di The Quattrocchi's lookbook ho trasformato il mio outfit in versione character! Per acquistare i capi realizzati da Dfb date un'occhiata al suo shop su Etsy!

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♡ La solita lista di cose simili e carine per ricreare questo outfit ♡

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