Mese: Gennaio 2016

Due strade ♡

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Durante le ore di letteratura inglese potevi vedere di tutto, comodamente seduta in ultima fila, dal tuo microscopico banco.

Era meglio del cinema, ma senza i popcorn.

Lo spettacolo si faceva ancora più entusiasmante quando lei decideva di farci mettere i banchi a ferro di cavallo.

La predella si trasformava in un vero e proprio palcoscenico e noi, ancora bambine, ci esibivamo davanti alle altre. Alla ricerca di un applauso, di un cenno di invidia, di un suggerimento alla prima battuta dimenticata.

Ma soprattutto tenevamo sotto controllo, con la coda dell’occhio, l’espressione impenetrabile della nostra professoressa.

Ci improvvisavamo attrici. Ci piaceva sorprenderla. Alcune non amavano questo metodo, altre, come me, ci sguazzavano a delfino, andata e ritorno, senza prendere fiato. Era di gran lunga il modo più divertente al mondo per imparare qualcosa: interpretare.

Amavo le sue lezioni. Non sapevo mai cosa aspettarmi, e ogni volta (nel bene e nel male) tornavo a casa stravolta e sorpresa.

In due ore provavi tutte le emozioni possibili. Passavi dalla gioia incontrollata alla rabbia, per poi lasciarti travolgere dalla paura, per poi lasciarti trascinare di nuovo dall’entusiasmo. Quelle, ragazzi, erano vere montagne russe. A turno scoppiavamo in lacrime, correvamo fuori dalla classe, ci mettevamo le mani nei capelli e ci guardavamo come per dire “ragazze e ora che cosa le verrà in mente?”

Come quella volta in cui, per salutarci alla fine del liceo, scrisse una lettera a ciascuna di noi. “Portate una torcia”. Incredule, divertite, ed infine commosse mentre leggevamo le nostre lettere al buio. In ogni pagina un tesoro. Per tutto quel tempo non ci aveva solo giudicate a registro. Ci aveva osservate, conosciute, comprese.

Lei è stata l’unica professoressa ad avermi insegnato questo: la diversità è OK. Le mie compagne ed io lo sapevamo, era un po’ strampalata. In modo del tutto unico e sconvolgente.

Era una dura, non si accontentava di qualche strofa recitata a memoria. Lei voleva lo show, con fuochi d’artificio e tutto il resto. Le sue lezioni, d’altronde, erano pirotecniche.

La prima volta che ho recitato la mia op in classe, ho fatto un casino. Ho fatto diversi casini durante le sue oral presentation ed interrogazioni (scivolone magistrale con Sogno di una notte di mezza estate, ancora oggi mi dispiace), e quando sulla griglia di valutazione (che mica poteva darci solo un voto complessivo, lei doveva valutare tutto, dalla piega dei capelli al tono della voce!) mi ritrovavo i suoi commenti scritti a penna, sorridevo sempre.

C’era qualcosa in quelle note…erano potenti.

Arrivavano dritte in tre punti precisi del mio corpo, come ogni sua parola: testa, cuore, pancia.

L’ordine, a dire il vero, era questo: pancia, testa, cuore.

Dopo un primo momento di profonda ansia e terrore, le parole si spostavano rapide con le loro zampette invisibili, per arrivare veloci alla testa. A quel punto realizzavo che c’erano delle ragioni, che c’erano delle soluzioni. Infine, dopo aver razionalizzato il commento, le zampette ripartivano per poi piantarsi nel cuore.

Oggi, più di 5 anni dopo, quelle zampette sigillano la parte del mio cuore che si era spezzata a metà del liceo. Lo tengono insieme come graffette.

Tutti gli insegnamenti, tutti i consigli, le chiacchierate, le email a notte fonda e soprattutto tutte le critiche…è tutto ancora qui. E lei mi ha dato tutto questo quando nessun altro poteva farlo.

Quando era buio.

Non ha mai chiesto molto in cambio. Sincerità, onestà e dedizione.

Quel che ci mettevi tu in aggiunta, era a tua discrezione.

Non ho mai avuto paura dei brutti voti con lei, avevo paura di deluderla. E mentre cannavo drammaticamente il significato di Ulysses, mentre riempivo il mio tema di strafalcioni letterari, anche quando facevo finta di aver letto Dubliners (mi dispiace, non l’ho mai fatto)…provavo una rara forma di vergogna.

Sapevo che le stavo facendo un torto, perché lei era sempre pronta a darci tutto. E spesso io non ero in grado di ricambiarla allo stesso modo.

Quando le cose andavano bene, quando lei scandiva il complimento come fosse una gara di spelling…mi sentivo felice. Lei tirava fuori il meglio di me.

Per me è stata una guida. Una guida instancabile e un po’ matta. L’unica che sia stata in grado di farmi rialzare, senza prendermi per mano nemmeno una volta. Mi bastava un cenno di approvazione, e sentivo di poter fare qualsiasi cosa, dentro e fuori da quella classe. E con il tempo quella sicurezza che mi ha insegnato a suon di Daffodils è cresciuta ed è rimasta in me. Una specie di corazza.

Ci sono persone, nelle nostre vite, che passano sul nostro sentiero per una ragione. Ti stravolgono la vita e lasciano qualcosa che non somiglia alle parole. Lasciano una sensazione. Una meravigliosa sensazione che sembra più simile all’aria leggera e frizzante di primavera. Una nuvola di meraviglia, polvere che brilla al sole e quando cerchi di acchiapparla le particelle si disperdono. La meraviglia si diffonde con un soffio, e ad un tratto tutto è di nuovo possibile.

Ci sono tante cose che avrei voluto dirle. Bozze di email, successi e momenti duri che avrei voluto condividere con lei. Avrei voluto chiederle di lei. Conoscere le sue storie.

Ma non l’ho fatto. Davo per scontato che quella magia l’avrei ritrovata ad aspettarmi all’infinito, davo per scontato che l’avrei ritrovata sulla mia strada.

Ora la strada è cambiata, ma mi piace pensare che quella nuvola di meraviglia sia ancora capace di diffondersi, farsi respirare e farmi rialzare quando mi sentirò persa.

 Abbiate cura dei vostri tesori, portateli con voi sul sentiero. Anche grazie a lei sono la persona che sono. Ed è grazie a lei se riesco ancora a credere nei miei sogni.

E’ stato un onore passeggiare insieme a Lei, anche se solo per un po’.

"Two roads diverged in a wood, and I -

I took the one less traveled by.

And that has made all the difference."

E.M. Forster